Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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I ricorrenti scandali sessuali che periodicamente scuotono la Chiesa cattolica – è di pochi giorni fa la notizia che il rettore del seminario di una nota Congregazione religiosa ha lasciato il suo incarico, ammettendo di avere da tempo una donna e due figli – hanno ormai reso popolare nell’opinione pubblica e fra gli stessi credenti la convinzione che il celibato dei preti vada abolito.

Per la verità, in alcuni casi questa richiesta appare più ideologica che fondata sui fatti. È il caso degli episodi legati alla pedofilia, i più clamorosi, che per molti sono una prova evidente dei danni psicologici e morali del celibato. In realtà tutte le indagini sociologiche relative a questo triste fenomeno concordano sul fatto che la stragrande maggioranza delle molestie sessuali ai bambini avviene all’interno delle famiglie ad opera di genitori o parenti comunque sposati. Non sarebbe dunque il matrimonio a risolvere il problema per quanto riguarda i preti.

Altrettanto debole è la tesi secondo cui l’abolizione dell’obbligo del celibato favorirebbe la ripresa delle vocazioni al sacerdozio ordinato, in forte calo nella società secolarizzata. A un esame anche superficiale, questo argomento si rivela inconsistente, per il semplice fatto che tra gli ortodossi e i protestanti, che ammettono il matrimonio dei preti, la crisi delle vocazioni non è meno preoccupante.

Molto più serie e convincenti sono altre argomentazioni, che vale la pena di prendere in considerazione. Intanto quella per cui si sottolinea che il celibato non rientra necessariamente, dal punto di vista teologico, nell’identità del presbitero, ma è solo una regola umana, creata per i preti cattolici di rito latino. Nella stessa Chiesa cattolica di rito greco è normale che ci siano dei preti sposati. E così era alle origini. I vangeli raccontano che Gesù guarì dalla febbre la suocera di Pietro e nella lettera a Timoteo si raccomanda che il vescovo sia «marito di una sola donna». Perché non tornare a questo stile dei primi tempi?

hand-1056622_640A rendere plausibile una simile scelta vengono portate anche delle ragioni positive. Una è di distinguere più chiaramente la scelta del ministero da quella della consacrazione religiosa. Il prete, a differenza del monaco, del frate, della suora, non è chiamato a pronunziare i tre voti di povertà, castità e obbedienza, in vista di una più piena donazione di sé al Signore, ma a svolgere un servizio – un ministero – nella comunità. Non gli si chiede di rinunziare a tutto, ma di essere un buon “ministro“ delle cose di Dio in mezzo agli uomini. Perché caricarlo, allora, di un obbligo – quello della rinunzia al matrimonio – , per cui non ha avuto una specifica chiamata e spesso non ha le forze? Abolire il celibato obbligatorio consentirebbe, peraltro, a chi volesse essere sacerdote in una prospettiva di consacrazione, di restare personalmente celibe, senza escludere che altri vivano il loro presbiterato all’interno di una esperienza matrimoniale.

E questi – sfatando finalmente un pregiudizio sessuofobico spesso presente nel passato – non sarebbero preti “di serie B”! Un presbitero sposato e con figli, si osserva, sperimenterebbe concretamente sulla propria pelle i problemi delle persone a cui si rivolge e sarebbe perciò assai più vicino ad esse di quanto non sia attualmente quello che non sa nulla delle gioie e dei travagli della famiglia. Sarebbe, insomma, più “umano”.

È dunque pienamente legittimo che nella Chiesa si sviluppi una riflessione su questo tema. Senza, però trascurare le implicazioni che una scelta nel senso richiesto dagli “abolizionisti” avrebbe sull’identità del prete così come noi lo conosciamo. Che non è più, ovviamente, quello delle minuscole comunità del tempo di san Paolo, ma deve essere visto nel contesto di una Chiesa che, come è normale che sia, è cresciuta nei secoli. Di queste conseguenze si parla forse troppo poco, ma sono rilevanti.

Perché il prete sposato e con figli dovrebbe, doverosamente, occuparsi, prima che dei suoi fedeli, della sua famiglia. Non solo l’amministrazione dei sacramenti, ma tutta la sua attività pastorale dovrebbe costantemente tenere conto degli stati di salute, delle situazioni psicologiche, delle esigenze di vario genere presenti nel tessuto familiare. Questo è vero per qualunque professionista che non voglia vendere l’anima al suo lavoro e, a maggior ragione, per un cristiano e per un ministro della Chiesa. L’evangelizzazione, in quest’ottica, diventerebbe un “lavoro” come gli altri, con precisi orari d’ufficio, anche se, magari, come per i medici, con qualche finestra di “disponibilità” ai pronti interventi.

Certo, potrebbe darsi che la moglie del prete sia particolarmente sensibile alle funzioni del marito e voglia assecondarle con generosità o addirittura collaborare con lui, anche a costo di sacrifici personali. Ma – a parte il fatto che all’amore non si comanda e non si potrebbe perciò chiedere ai presbiteri di sposare solo donne dotate di spirito missionario (a rigore non è detto neppure che siano necessariamente credenti) – , ci sono i figli, poco disposti a perdonare a un padre, quale che sia la sua professione, una prolungata assenza da casa. Ho avuto modo in passato di parlare con ex responsabili di associazioni cattoliche che mi hanno confessato di rimpiangere un eccesso di zelo apostolico, quando i loro ragazzi erano ancora piccoli, per le conseguenze che questo aveva avuto nei loro rapporti.

Ancora più degli altri lavoratori il prete dovrebbe badare a evitare questi contraccolpi, avendo ancora più ragioni per voler assolutamente evitare gli effetti devastanti che essi spesso hanno nella vita delle famiglie: un sacerdote separato o divorziato, o i cui figli abbiano gravi problemi, avrebbe molte difficoltà a parlare del matrimonio ai suoi fedeli.

A tutto questo si aggiunga che le attuali risorse economiche di cui un prete si avvale sono di solito sufficienti a un single, ma non possono bastare a mantenere una famiglia, anche nel caso che la moglie lavori. Ancora una volta, può darsi che la coppia sappia accontentarsi di vivere con sobrietà, ma non è garantito che i figli condividano questa scelta evangelica e non sentano come una ingiusta imposizione la scelta del padre che li priva di opportunità a cui i loro compagni possono accedere. Ma se il presbitero vuole guadagnare di più, deve trovarsi un lavoro da aggiungere a quello di prete. Un altro ostacolo alla piena disponibilità nei riguardi dei suoi fedeli.

Non sono obiezioni decisive, se si è disposti a vedere modificati radicalmente la figura e il ruolo del presbitero nella comunità cristiana. Ma bisogna essere lucidamente consapevoli che questa – non un semplice avvicinamento del prete alla vita quotidiana della gente – è la posta in gioco.

Per quanto mi riguarda, da laico sono già troppo rattristato dall’imborghesimento di tanti preti, che pure non “tengono famiglia”, ma si comportano già adesso come onesti funzionari, per poter desiderare una riforma che rischia di favorire nella maggioranza questo atteggiamento. Capisco la difficoltà di vivere, soprattutto oggi, un sacerdozio ministeriale esposto alla dura prova della solitudine. Ma, a mio avviso, abbiamo più bisogno che mai, in questo tempo, di presbiteri che testimonino con la loro vita, prima che con le loro parole, che la Chiesa non è solo una rispettabile istituzione umana.

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