Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Lorenzo Jannelli

Magistrato. Fa parte della Pastorale per la cultura della Diocesi di Palermo. È stato responsabile di Tuttavia.eu dalla costituzione del sito sino al 2015.

15 Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. 21 Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. 22 A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono. 

"Il tributo a Cesare" - di Bartolomeo Manfredi

“Il tributo a Cesare” – di Bartolomeo Manfredi

Dopo la parabola degli invitati riottosi a partecipare alle nozze regali, l’evangelista Matteo prosegue nel raccontare a suo modo le diverse fasi del conflitto ambientato a Gerusalemme tra Gesù e le autorità giudaiche.

Stavolta i farisei, i quali avevano ben inteso a chi fossero indirizzate le parole taglienti di Gesù (v. 21, 43-46 “il regno di Dio sarà tolto a voi e sarà dato ad una nazione che produce frutti”), sono i protagonisti del confronto e tentano di operare una subdola messinscena per mettere in difficoltà quell’autorevole e scomodo personaggio, così seguito dal popolo.

Essi si incontrano, tramano insieme e progettano un tranello per far risaltare le possibili contraddizioni tra la Parola e le sue parole (lett. “volevano prenderlo al laccio nella parola”en logo). Una scena invero consueta secondo logiche di potere, siano esse ambientate in contesti politici o ecclesiali, in cui la doppiezza è consuetudine e la distanza tra i pensieri e le loro manifestazioni talvolta abissale. I farisei si muovono con untuosa cautela e si preoccupano anche di precostituire l’uditorio dinanzi al quale Gesù dovrà dare la risposta ai loro quesiti: da un lato, ci sono i discepoli di scuola farisaica che pretendono di interpretare l’autenticità del sentimento religioso ebraico e ne difendono la purezza di fronte a contaminazioni mondane; dall’altro, i seguaci del re Erode, di dubbia discendenza davidica, che riusciva a governare solo grazie all’appoggio del potere romano, cui era di fatto succube. 

Essi mirano a costringere Gesù ad una risposta (il tono è, in effetti, imperativo, “Dicci”, v.17) che possa rovinare l’unanimità dei consensi popolari di cui finora il Nazareno aveva goduto: privilegiare le pretese nazionalistiche avrebbe scontentato gli erodiani, mettendo Gesù sullo stesso piano dei rivoluzionari in stile messianico assai frequenti all’epoca, tanto da renderlo inviso al potere romano; giustificare il potere straniero avrebbe alienato le simpatie popolari e costituito un grave vulnus alla purezza ideologica del preteso Messia.

La premessa del discorso dei farisei, che ostentano un altissimo riconoscimento del loro interlocutore, è un tratto di maestria dell’evangelista, il quale, con una ironia di sapore giovanneo, enuncia i caratteri distintivi di Gesù. Egli è veritiero, insegna la strada di Dio, non si preoccupa di nessuno e non guarda all’aspetto degli uomini (eis prosopon anthropon, all’immagine dell’uomo). E se questo era davvero il profilo del Maestro, come sostenevano i farisei, essi avrebbero davvero potuto astenersi dal porre qualsiasi domanda. E invece no.

La domanda sulla liceità del tributo è, del resto, una domanda che si fonda proprio sulle implicazioni teologiche dell’apparenza.

La moneta romana del tributo portava, infatti, l’immagine dell’imperatore romano, cui erano esplicitamente attribuite connotazioni divine. Anche solo detenere tale moneta avrebbe comportato una violazione dell’ortodossia ebraica, non solo per il sostanziale omaggio al potere economico esercitato dallo straniero invasore, ma soprattutto in quanto l’uso della moneta implicava il formale riconoscimento della divinità imperiale in essa iscritto e proclamato, ossia la divinità di un uomo estraneo al popolo di Dio, in frontale contrasto al divieto verso ogni rappresentazione umana di Dio e verso ogni tentativo umano di farsi Dio.

È lecito, dunque, o no dare il tributo a Cesare?

Gesù risponde in modo sottile, ma schietto, riuscendo comunque a districarsi tra i lacci retorici dei suoi avversari con la verità.

Innanzitutto, ancora prima di rispondere mette in luce la cattiveria di chi ha voluto quella messinscena e quella domanda posta in modo così teatrale: è una malvagità non di carattere morale, ma collegata alla reale assenza di uno sguardo di fede rispetto alle logiche mondane, alla sfiducia in Dio, al voler mettere alla prova il Figlio, analogamente a quanto faceva il diavolo nelle tentazioni del deserto.

L’ironia continua. Gesù chiede una moneta. Egli – in modo teologicamente ineccepibile– non possiede monete con l’immagine imperiale, mentre i suoi avversari che lo attaccano ne sono in possesso, tanto che gliene mostrano una.

Gesù interroga il suo uditorio e chiede esplicitamente di chi sia quell’immagine. Gli interlocutori rispondono secondo il loro livello di comprensione del reale: l’immagine appartiene ad un uomo, un uomo potente, un imperatore. In ciò rivelano la propria incredulità, il loro fermarsi al piano umano in relazione ad una immagine che non è solo di un uomo, ma, secondo la prospettiva di Genesi, di Dio stesso (v. Gn 1, 26-27: Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò”). I farisei misurano l’uomo sulla base dei successi e del potere e dimenticano che ogni uomo, sia esso potente o povero, è comunque immagine di Dio.

È fondamentale notare come cambi il termine utilizzato da Gesù rispetto alla domanda dei farisei. I farisei usano il termine “dare” (dounai), Gesù usa il termine “rendere” (apodote). I primi ritengono il denaro o la loro ricchezza come qualcosa che spetta loro, che rientra nel loro patrimonio, di cui essere proprietari. Gesù oppone una logica di relazione, di riconoscimento di un preesistente beneficio di cui si è goduto in passato, di relativizzazione delle origini più vere del denaro e dell’uomo, di ogni uomo. La logica di Gesù porta a riconoscere che in ogni potere c’è un servizio, in ogni ricchezza c’è un dono che la precede, in ogni uomo c’è una traccia dell’amore preveniente di Dio.

Il richiamo del Maestro è il seguente: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). I farisei sono chiamati a restituire l’immagine (e la moneta) a Cesare e contemporaneamente a riportare l’immagine (e l’uomo) a Dio. Nessuna gerarchia predeterminata tra livello umano, politico o sociale ed il livello divino (nonostante le contrapposte ed infinite interpretazioni cui si è prestato nei secoli il celeberrimo versetto), ma l’invito radicale ad uno sforzo, tutto umano, di trovare unità tra cielo e terra, riconoscendo il primato di Dio nella propria vita senza mortificare la propria umanità ed i valori ad essa connessi. Anzi, per Gesù, riconoscere il primato di Dio non può che esaltare l’umano e nell’autentica umanità si può trovare Dio.

Ammutoliti, come il servo senza la veste bianca alle nozze regali, i farisei si allontano, forse trasformati da questa nuova prospettiva, capace di sovvertire anche le più inveterate logiche di potere.

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