Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il vangelo di questa domenica ci presenta l’ultima delle tre parabole rivolte contro i capi d’Israele e i sacerdoti dove viene spiegato loro perché gli sarà tolto il regno di Dio; anche questa volta il racconto ha dell’inverosimile. Se nella parabola dei vignaioli omicidi questi uccidono il Figlio del Padrone della vigna pensando così di poter diventare loro stessi eredi, qui invece gli invitati alla festa di nozze reagiscono all’invito del Re con indifferenza o con aperta ostilità. Le due parabole sono da Matteo intrinsecamente legate perché l’evangelista utilizza lo stesso schema per esprimere un identico significato; anche in questo caso il racconto non è altro che una rilettura in senso escatologico di ciò che è accaduto: il rifiuto della salvezza da parte d’Israele, la distruzione di Gerusalemme e l’invito alla salvezza rivolto anche ai pagani (cfr. Isaia 25,6-10). La parabola probabilmente unisce due racconti allegorici distinti: il primo (22,1-10) ha come protagonista un Re che manda inviti per una cena di nozze, mentre il secondo (22,11-13) è la parabola della “veste nuziale”.
La pericope inizia ricollegando quanto Gesù sta dicendo alle altre parabole rivolte ai capi dei sacerdoti e ai farisei. L’oggetto della parabola è il Regno dei cieli, che è raccontato in chiave escatologico adoperando un linguaggio simbolico che fa riferimento all’alleanza: Dio, il Re della parabola, organizza un banchetto per le nozze del proprio Figlio e invita gli ospiti a partecipare a questo momento di gioia. L’allusione è alla venuta del Messia.Jacopo Tintoretto - Marriage at Cana - WGA22470
L’evangelista non specifica nulla sullo sposo, ma fissa l’attenzione sul Re e sulla reazione degli invitati. Il sovrano manda i servi a convocare ripetutamente “i chiamati”: è una vocazione universale, per “cattivi e buoni”, ma anche insistente, a suggerire come il Re sia colui che permanentemente chiama a sé. Le nozze, senza particolari specificazioni, sono le nozze escatologiche, a cui i convocati rispondono con un rifiuto secco e senza motivazione: “non vollero venire”. Ecco allora un ulteriore invio: il Re insiste perché vorrebbe che tutti partecipino al banchetto che ha preparato e che è pronto. Se il Re mostra la propria generosità nei confronti degli invitati, la risposta che ne riceve è sorprendete: alcuni tornano ai propri affari, troppo occupati per rendersi conto del grande dono che stanno ricevendo, altri ancora, dopo avere catturato e insultato i servi mandati a chiamarli, arrivano a ucciderli. È chiaro che il racconto vuole fare riferimento a quanto vissuto da Cristo e dalle prime comunità ma costituisce anche per noi un richiamo perché non ci facciamo distogliere, nella nostra sequela al Signore, dalle mille preoccupazioni giornaliere. Il Re, dopo l’affronto subito, invia il suo esercito a distruggere le città degli invitati e a ucciderli, ma è l’urgenza delle nozze a premere cosicché, avendo costatato che coloro che erano stati invitati non si sono dimostrati degni dell’invito, invia i suoi servi ad andare “ai crocicchi”, cioè alla fine delle strade urbane, ai confini del regno, per chiamare “tutti quelli che troverete”. La missione dei discepoli, dopo il rifiuto d’Israele, è rivolta a tutti i popoli: occorre raggiungere le periferie del mondo per chiamare “buoni e cattivi”, cioè quelli che ne hanno più bisogno. I servi si adoperano per radunare tutti e il banchetto ha inizio.

Il re si avvicina per controllare che tutti gli invitati si stiano divertendo alla festa, ed ecco la seconda parabola, che stride con il racconto precedente: un uomo senza l’abito nuziale. L’abito è quello dei santi, come ci ricorda l’Apocalisse, che si sono convertiti e hanno testimoniato con le loro opere la fedeltà al Vangelo. Il Sovrano dopo avere chiesto all’uomo il perché non porti l’abito, al suo silenzio colpevole, lo punisce severamente ordinando ai diaconi di gettarlo fuori. Anche se l’invito, l’amore di Dio, è rivolto a tutti, non tutti rispondono a tale invito – “molti…pochi” indica nel linguaggio biblico un rapporto qualitativo non quantitativo – perché, come nella parabola delle 10 vergini, non si sono fatti trovare pronti all’arrivo dello sposo. Anche a noi è chiesto di vigilare, convertendo continuamente la nostra vita in un cammino che metta al primo posto il bene dell’uomo, di ogni uomo.

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