Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Lorenzo Jannelli

Magistrato. Fa parte della Pastorale per la cultura della Diocesi di Palermo. È stato responsabile di Tuttavia.eu dalla costituzione del sito sino al 2015.

[In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:]

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

     

Di James Tissot - Online Collection of Brooklyn Museum; Photo: Brooklyn Museum, 2007, 00.159.139_PS2.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10957416

Di James Tissot – Online Collection of Brooklyn Museum; Photo: Brooklyn Museum, 2007, 00.159.139_PS2.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10957416

Per la terza domenica consecutiva la liturgia presenta una vigna che costituisce lo sfondo del racconto evangelico. Dopo gli operai impiegati dal padrone nella vigna fino all’ultima ora del giorno e dopo i figli invitati a fare la volontà del padre sempre nella vigna, ci troviamo di fronte ad un altro brano drammatico e di forte polemica contro l’ambiente politico-religioso di Israele al tempo di Gesù e, forse, contro i rischi presenti in ogni comunità che tenta di riunirsi nel nome di Dio sino ai nostri giorni.

Il contesto è quello della conclusione del ministero pubblico e dello scontro “finale” con Gerusalemme e tutto quello che questa città rappresentava per Israele in termini di potere religioso, politico e culturale. L’evangelista Matteo, infatti, dopo l’ingresso trionfale di Gesù a dorso di un’asina, ci presenta una serie di momenti di rottura con l’establishment del tempo (come i venditori scacciati dal tempio o la maledizione del fico, tra i più eclatanti), che lo porterà alla condanna a morte. Uno di tali momenti è proprio il racconto che Gesù indirizza alle autorità ecclesiali di Israele, ai gran sacerdoti e agli anziani (presbùteroi), equiparandoli senza mezzi termini a contadini assassini.

Nel libro di Isaia (5, 1-7), ben noto a Matteo che ne propone un richiamo, la vigna era il popolo di Israele, la nazione santa che Dio aveva eletto nella sua Alleanza e curato per quarant’anni e che, nonostante le continue e amorevoli attenzioni, aveva prodotto solo rovi, spine ed uva selvatica. Qui l’immagine della vigna viene ripresa e costituisce il contesto in cui agiscono coloro che sono stati incaricati di averne cura fino alla fruttificazione. A differenza di Isaia non v’è, però, in primo piano il popolo di Dio, ma soprattutto coloro ai quali è stata affidata la relativa responsabilità nel tempo dell’assenza del Padrone della vigna (partì in viaggio).

Sono i contadini al centro della parabola, e non la vigna. Sono loro che hanno ricevuto in affitto il campo. E sono i contadini che non si accorgono che il tempo (kairòs) dei frutti, il tempo favorevole della grazia, si sta avvicinando. I contadini gestiscono quella vigna non come affidatari responsabili, ma come se ne fossero i padroni. Il loro errore (teologico ed esistenziale) è quello di scambiare la temporanea assenza del padrone con il definitivo venir meno del padrone stesso. Diceva Dietrich Bonhoeffer, “Noi non possiamo essere onesti senza riconoscere che ci occorre vivere nel mondo etsi Deus non daretur… Davanti a Dio e con Dio noi viviamo senza l’ipotesi di Dio… Si tratta cioè di vivere davanti a Dio l’assenza di Dio.” (da Resistenza e Resa). Questi contadini, però, non percepivano più neanche l’assenza di Dio.

In effetti, non aspettano più un ritorno, tanto che nemmeno riconoscono in coloro che vengono mandati i messaggeri dell’Altro. Non riconoscendo più l’esistenza del padrone, anche i servi inviati dal padrone per far sentire la sua vicinanza sono, ai loro occhi, semplici estranei che sembrano voler approfittare senza titolo dei frutti della loro vigna e, perciò, vengono scacciati e respinti.

Neanche il figlio, ultima speranza, riesce a rievocare il ricordo del padrone. Nel figlio essi vedono solo un erede, proprio perché per loro l’Assente è morto. Il figlio diventa solo un ostacolo per costituirsi a pieno titolo padroni di ciò che era stato loro originariamente affidato. È quest’ultimo il loro desiderio dominante ed incoercibile.

Solo nella convinzione della ormai definitiva lontananza di Dio può assumere un senso il fatto che dei mezzadri vogliano uccidere l’unico erede. Se fosse vivo il padrone, vendicherebbe il misfatto, ma per loro il padrone non c’è più. Ora vi è solo l’aspirazione al dominio incontrastato su una vigna-popolo che era stato loro affidato in via precaria, il desiderio di farsi “padrone” da parte dei mezzadri che li acceca e li porta alla violenza ed alla morte. Anche alla propria, però, dato che è unanime il giudizio degli stessi presenti che ascoltavano questa parabola: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli”.

Ecco il rischio dei contadini, sacerdoti, presbiteri e leader a vario titolo nelle comunità ecclesiali da Israele ai nostri giorni: mettersi al centro della comunità e perdere la relazione con il Padre, anche nei momenti di apparente assenza, che l’accidia rischia di rendere frequenti in chi è chiamato a lavorare con le “cose di Dio”. Solo una relazione amorosa con Dio, “decentrante”, concreta ed attuale, può rendere presente l’Assente, per non smarrire il senso della propria missione.

In questa parabola, però, assume un ruolo importante anche il padrone che continua a cercare in tutti i modi di “farsi vivo” a coloro ai quali aveva affidato la vigna. La sua attenzione costante verso i frutti attesi e verso la vigna stessa (non può mai esistere una vigna che non porti frutto) non viene mai meno e si spinge con la scandalosa follia di un amore sovrabbondante sino al punto di mettere a rischio il proprio figlio, prefigurazione dell’imminente passione di Gesù.

I costruttori, termine allora usato anche per le autorità ecclesiastiche, avevano scartato Colui che sarebbe diventato segno di contraddizione per molti e che costituisce la pietra angolare del nuovo popolo (ethnos) di Dio. Altri vignaioli, mettendo al centro Cristo, rispetteranno il mandato e “gli consegneranno i frutti a suo tempo” e sarà loro dato il Regno di Dio.

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