Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


pray-761302_960_720Nella Chiesa si è tanto parlato, in questi ultimi tempi, della misericordia, da rendere quasi impossibile valorizzare come un’autentica rivelazione quello che leggiamo a questo proposito nel vangelo di Matteo. L’abitudine uccide i testi del cristianesimo più del rifiuto. Ma proviamoci.

Intanto è chiaro che si tratta, qui, di quel tipo particolare di misericordia che suppone una mancanza da parte di qualcuno nei nostri confronti, e cioè del perdono. Avere misericordia verso un infelice è facile; difficile è perdonare un colpevole. Tanto più se la sua colpa ci ha ferito e danneggiato.

Non sempre si mette bene a fuoco che cosa significa questo. Siamo davvero disposti a sostenere che la persona che ha perso tutti i suoi risparmi deve perdonare i mascalzoni della banca che l’hanno truffato? O, per un caso ancora più estremo, che la ragazza violentata deve perdonare i suoi stupratori? E se addirittura il comportamento colpevole da parte di qualcuno si ripetesse?

«Settanta volte sette». Ma questo è possibile a un essere umano? La prassi corrente – non solo nel mondo: nella stessa comunità cristiana! – sembra dire di no. Non sono solo i non credenti che serbano rancore verso chi li offende o li danneggia e, alla prima occasione, ripagano il male ricevuto: lo fanno anche i fedeli che riempiono le chiese la domenica, lo fanno i preti, le suore… E per molto meno che per i casi gravi sopra menzionati. Spesso persone che pregano e si accostano abitualmente ai sacramenti, che magari si confessano per un pensiero sessuale impuro o per aver saltato il precetto domenicale, non perdonano affatto coloro hanno mancato verso di loro. E, ove i sacerdoti che amministrano il sacramento della riconciliazione provassero a chiedere ai loro penitenti se hanno perdonato i loro nemici, ci sarebbero molte assoluzioni in meno.

Sì, bisogna riconoscere che perdonare non è umano. È solo Dio che perdona. In questa direzione, però, la parabola di Gesù aiuta a capire il senso del suo precedente comando di perdonare senza limiti. Perché in essa è il re che condona il debito – immenso – al suo debitore. Come Dio ha fatto nei confronti dell’umanità peccatrice, senza neppure attendere che il perdono gli venisse chiesto. Solo sull’onda di questo fiume di misericordia che lo investe dall’Alto, l’uomo può, a sua volta, perdonare. Anzi, propriamente parlando, il suo perdono nei confronti dei propri debitori non è altro che il lasciar passare dentro sé la forza purificatrice del perdono divino, perché raggiunga anche gli altri uomini. Più che perdonare (non ne saremmo capaci!), noi possiamo assicurare agli altri che Dio li perdona attraverso di noi, così come ha perdonato noi stessi.

Per questo il perdono che diamo agli altri è condizione di quello che riceviamo da Dio. Sono le parole conclusive della parabola: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Sono anche quelle del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Qualcuno ha creduto di vedere qui un condizionamento umano all’esercizio della misericordia divina. E in un certo senso c’è davvero. Ma non nel senso che Dio ci potrebbe trattare, per punizione, con la spietatezza che abbiamo verso il nostro prossimo. Si tratta di qualcosa di molto più profondo: poiché il perdono che diamo agli altri non è altro che quello che abbiamo noi stessi ricevuto, annullando l’uno vanifichiamo anche l’altro. Se prosciughiamo dentro il nostro cuore il fiume della misericordia divina che dovrebbe raggiungere, attraverso di noi, i nostri debitori, anche noi restiamo nel deserto arido che abbiamo scelto di abitare.

Se il cristiano entra in questo ordine di idee, che va ben oltre la morale, perché supera l’ordine della giustizia, allora può cambiare il mondo. Quando, nel 1980, Vittorio Bachelet, docente universitario e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, fu assassinato, a 53 anni, dalle Brigate Rosse, il figlio Giovanni, al suo funerale, disse: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Nel 1984, dal carcere, i brigatisti scrissero al fratello di Vittorio Bachelet, Paolo, padre gesuita: «Ricordiamo bene le parole di suo nipote Giovanni, durante i funerali del padre. Quelle parole ritornano a noi e ci riportano là, a quella cerimonia, dove la vita ha trionfato sulla morte, e dove noi siamo stati, davvero, sconfitti nel modo più fermo e irrevocabile».

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