Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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Nell’immaginario collettivo la nostra è la società che ha finalmente liberato l’eros dalle pastoie moralistiche in cui fino a pochi decenni fa era ancora ingabbiato. Basta con gli infiniti divieti che impedivano di considerare e trattare con semplicità la sfera sessuale come una componente fondamentale della vita fisica e psichica degli esseri umani! Basta con un ossessivo senso del pudore che costringeva – soprattutto le donne – a nascondere accuratamente non solo certe parti del corpo, ma anche gli istinti, le attrazioni, i piaceri (reali o sognati) legati alla propria genitalità! Basta con l’ identificazione – dovuta in buona misura all’educazione religiosa – tra erotismo e peccato!

Oggi non ci si vergogna più – ragazzi e ragazze – a parlare dei propri rapporti fisici senza ipocriti eufemismi e senza caricarli di significati ideali che non hanno. Non a caso ormai la tradizionale formula “fare l’amore” cede sempre più spesso il posto a quella, più cruda ma molto più realistica, “fare sesso”. Ormai, infatti, l’età media in cui i giovani fanno queste esperienze è così anticipata da escludere che esse abbiano a che fare con un dono di sé profondo e radicale, corrispondente a ciò che il termine “amore” tradizionalmente richiamava. Né per esse sarebbe appropriata la qualifica, fino a poco tempo fa ancora in uso, di “pre-matrimoniali”, perché, come non hanno la pretesa di esprimere l’amore, ancor meno ne hanno di anticipare quel vincolo impegnativo che è il matrimonio.

Anzi, se proprio un valore morale si vuole cercare di attribuire a quella che è soprattutto una espressione di salute corporea, lo si potrebbe individuare nella libertà. Liberazione dell’eros significa anche liberazione dai legami che erano tradizionalmente collegati al suo esercizio, come un prezzo inevitabile da pagare e da cui oggi finalmente siamo esonerati.

Tutto a posto, dunque? A metterci in guardia dagli slogan che lo proclamano è la somiglianza dell’eros, così inteso, ad altre forme di soddisfazione a cui il consumismo ci ha abituati. Ridotto a mero appagamento di un bisogno fisico, il sesso diventa equivalente a prendere un aperitivo o a consumare un buon pasto. Nulla di peccaminoso, forse, ma molto diverso da ciò che l’erotismo aveva sempre comportato in termini di passione.

È la differenza tra bisogno e desiderio. Il primo è autoreferenziale e tende a colmare un vuoto, riducendo il mondo esterno a oggetto da inglobare e assimilare. Il secondo, invece, percepisce ciò che desidera come “altro”, a cui tendere con tutte le proprie forze andando oltre se stessi, in un certo senso dimenticando se stessi, al punto di rischiare perdersi. Nell’uno il movimento è centripeto, nell’altro è centrifugo. Solo in quest’ultimo ha senso parlare di “passione”. E di eros.

Per ricordarci di che cosa essi significhino basta sfogliare qualche classico del recente passato. In un famoso romanzo di Stendhal, “La Certosa di Parma”, il protagonista, Fabrizio del Dongo – imprigionato ingiustamente in una fortezza dove sa di dovere trascorrere almeno dodici anni e dove corre ogni giorno il serio pericolo di essere avvelenato – rifiuta di evadere, per non perdere la possibilità di scorgere da un pertugio della sua prigione, a una certa ora, la figlia del suo carceriere, di cui è perdutamente innamorato, che si affaccia alla finestra di fronte. Non gli importa di morire. La sua felicità è tutta in questo incontro di sguardi. Ben lungi dall’essere “consumabile”, la fanciulla è per lui irraggiungibile. Ma questa distanza, questo limite invalicabile, alimenta il suo amore e dà senso alla sua vita, tutta concentrata in questo “andare oltre” che ha nell’ “altra” la sua intima forza d’attrazione.

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Non si tratta solo di letteratura. Recentemente, nei suoi saggi, Massimo Recalcati, un esponente della scuola lacaniana della psicoanalisi, ha denunciato la logica del consumismo come la causa ultima dell’estinguersi, nella nostra società, del desiderio (traduzione italiana del greco “eros”), sostituito dal proliferare di epidermiche pulsioni che riducono l’ “altro” a mero oggetto di soddisfazione. Il fatto è che, siamo davanti, secondo questo studioso, a un «rifiuto dell’esperienza del limite» e «a una pseudoliberazione del desiderio dalla Legge che finisce per avallare la sua degradazione a puro capriccio, a un godimento compulsivo e sregolato privo di desiderio».

Se si accede a questa prospettiva, riacquista tutto il suo significato quell’esperienza del pudore – oggi talmente dimenticata da essere diventata semplicemente incomprensibile – che è sempre stata la molla segreta dell’eros. Perché il pudore non è soltanto la custodia del corpo, ma innanzi tutto quella dell’anima che in questo corpo si manifesta. E questa custodia fa sì che, invece di essere un oggetto tra gli altri da consumare, il corpo dell’altro si manifesti – e al tempo stesso si nasconda – come mistero dal fascino inesauribile. Una civiltà come la nostra, in cui i corpi sono esposti senza più veli e si offrono a tutti senza, proprio per questo, donarsi a nessuno, uccide inesorabilmente l’erotismo, affogandolo nella noia di un perenne dèja vu.

Non è facile recuperarlo, perché il problema non è di centimetri di stoffa né di regole moralistiche da imporre. Si dovrebbe riscoprire il pudore, che però, come dicevo, riguarda le anime, prima dei corpi. E oggi, come si può facilmente constatare in tanti spettacoli televisivi oppure navigando sui social, è il pudore dell’anima a essere ormai solo un reperto archeologico del passato. Resta la fiducia di fondo nell’essere umano, in cui nessuna moda potrà mai del tutto cancellare il desiderio dell’ “altro” e la nostalgia dell’ eros perduto.

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