Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloAlla fine di luglio ho pubblicato un chiaroscuro in cui riportavo le dichiarazioni di Tito Boeri, presidente dell’Inps, che, in una audizione in Parlamento, aveva esposto i dati ufficiali relativi all’apporto dei lavoratori stranieri al nostro Istituto previdenziale. In questa relazione, rigorosamente corredata da cifre, Boeri sottolineava che il bilancio di questo apporto è decisamente positivo: «Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e di altre prestazioni sociali». «Quindi» – ha concluso – «con un saldo netto di 5 miliardi per le casse dell’Inps».

Naturalmente, sottolineava l’economista, la condizione perché ciò avvenga è la regolarizzazione degli stranieri, che consenta loro di uscire dalle logiche del lavoro nero e di contribuire, come tutti gli altri lavoratori, al nostro sistema previdenziale.

Ho voluto ricordare i termini di quell’articolo non perché in questo voglia riprendere la questione, ma per segnalare ai miei lettori, a partire da esso, un fenomeno che mi ha dato da pensare. Poiché «Tuttavia» è raggiungibile anche su facebook, sono andato come sempre a controllare gli eventuali commenti a questo post e ho avuto la sorpresa di trovarne un numero mai registrato: 139!

Beh, buon segno, dirà qualcuno. L’argomento interessa e si presta a un dibattito. In realtà non è questo che è accaduto. Dei 139 commenti, 136 non erano obiezioni, osservazioni critiche, contestazioni dei dati, bensì, semplicemente, insulti (a Boeri, per lo più, qualcuno anche a me che avevo riportato le sue affermazioni). Con un turpiloquio che, anche in commenti firmati da donne, non aveva nulla da invidiare a quello un tempo attribuito agli scaricatori di porto. Non li riproduco per ovvie ragioni, ma chi vuole può andare a verificare.

Ho cercato, con una breve nota, di invitare i critici a uscire dalla pura e semplice violenza verbale e a portare qualche argomento che giustificasse il loro totale rifiuto dei dati contenuti nella relazione di Boeri, impegnandomi a pubblicarlo su «Tuttavia» (promessa che, come si vedrà fra poco, sto mantenendo). Non l’avessi mai fatto! Le sole argomentazioni che sono venute fuori, nelle decine di interventi successivi, sono state, in mezzo a una marea di “vaffà” e simili, che i nostri giovani sono costretti ad andare all’estero a cercare lavoro, mentre gli stranieri arrivano in Itali a prenderglielo e che se davvero gli immigrati fossero una risorsa gli altri Paesi non si rifiuterebbero di accoglierli.

Ho comunque voluto rispondere a queste, facendo notare che la prima, peraltro già esposta da Calderoli, è palesemente infondata, perché è sotto gli occhi di tutti che il lavoro che vengono a fare gli immigrati non è certo quello che i nostri ragazzi laureati cercano andando all’estero. Nessuno di quelli che se ne va resterebbe per fare il garzone di benzinaio o la badante.

Sulla seconda, invece, ho riconosciuto che è più problematica e si presta veramente a una ulteriore riflessione, che però non voglio affrontare qui (anche se mi premeva per onestà intellettuale riferirla), perché ciò che mi sta a cuore, in questo momento, non è il problema dei migranti, quanto il livello culturale e forse anche umano di cui i commenti al mio post sono un indizio.

Nella nostra democrazia ormai il problema non sono i nostri rappresentanti: sono i rappresentati, i cittadini. Le persone che sono intervenute contro Boeri potevano pure avere delle ragioni, chi lo sa, magari ci sono dei dati che possono contraddire ciò che lui ha detto. Ma quello che è sicuro è che loro non sono in grado di farle valere, perché non sembrano neppure volersi sforzare di cercare queste ragioni e questi dati; hanno solo una pulsione cieca di odio e di disprezzo verso ciò che percepiscono, a livello del tutto viscerale, come una minaccia al loro benessere.

Tempo fa ho scritto un articolo su questo sito per esporre le ragioni del populismo. Resto dell’idea che la colpa di quello che sta accadendo è della classe politica e che le persone che si sono sfogate, rovesciando nei loro commenti un fiume di volgarità, sono vittime di un sistema che ha oscurato il senso della democrazia e stimola le reazioni più sguaiate della “gente comune”.

Ma il problema non è tanto di individuare i colpevoli, quanto di capire cosa possiamo fare per uscire da questo vicolo cieco. Perché la gente che insulta e urla, invece di cercare di capire e di discutere, ha ovviamente diritto di voto come quelli che invece – quale che sia il loro orientamento, di destra, di sinistra, di centro – perseguono questo orientamento per dei motivi che possono essere giusti o sbagliati, ma che si prestano a essere oggetto di confronto. Ma l’impressione è che la fiumana dei primi si stia ogni giorno di più ingrossando e minacci di travolgere la minoranza costituita dagli altri.

Che fare? Prima che sia troppo tardi, bisogna mettere a fuoco che c’è un obiettivo, oggi, in Italia, che può accomunare persone di qualunque tendenza o linea politica, ed è rieducare a una cittadinanza consapevole un popolo che rischia sempre di più di trasformarsi in una massa anonima e irragionevole. Oggi la prima urgenza non è tanto di risanare la politica, quanto di (ri)fare i cittadini. Senza di loro, i rappresentanti saranno espressione di quella massa e la loro qualità ne sarà lo specchio.

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Una ruolo particolare, in questo compito educativo, spetta a chi ha gli strumenti per svolgerlo. C’era una volta una categoria di persone che venivano definite “intellettuali”. Oggi nessuno vuole appioppata questa definizione e forse a ragione, perché essa rischia di essere associata a una specie di snobismo. Se in questa sede li chiamo in causa, però, non è per sottolineare una loro pretesa superiorità, ma le loro responsabilità. Oggi nessuno che sia in condizione di affrontare i problemi pubblici in modo consapevole può sentirsi esentato dall’impegno di fare del proprio meglio, in tutte le sedi – scuola, parrocchia, ufficio, famiglia – , per rieducare la gente alla partecipazione e alla cittadinanza. Anche perché nessuno può sentirsi innocente di quello che è accaduto. Può sembrare una speranza folle, una specie di messaggio del naufrago consegnata una bottiglia galleggiante nell’oceano, ma il compito principale di salvare la nostra democrazia spetta agli intellettuali.

Questo comporta uno sforzo enorme per uscire dalle logiche perverse del settarismo e della faziosità. Ma oggi è più importante formare una persona consapevole che sia contraria alla nostra idea, che non arruolarne cento che siano fanaticamente sostenitrici di questa idea. Per realizzare questo è necessaria un’ascesi, una ricerca della verità che sia aperta alle obiezioni, una intima libertà da etichette precostituite, da slogan, da luoghi comuni.

Lo so bene: ognuno di coloro che leggono potrà dire di sé che non si sente un intellettuale ed eludere questo appello. Solo gli intellettuali sono così furbi da negare di esserlo. L’appello in ogni caso rimane e chiede che ci si senta interpellati da esso. Se non altro, per evitare che la nostra democrazia naufraghi nei “vaffà”.*

* PS: Proprio mentre sto per pubblicare questo “Chiaroscuro” mi giunge via mail un commento che finalmente – dopo 136 messaggi di improperi – contesta il mio articolo «Gli immigrati sono una minaccia alla nostra economia?» con argomenti razionali e – almeno alcuni – seri, anche se discutibili. Non è questa la sede per rispondere. Ma voglio ringraziare chi si è preso il disturbo di riflettere sulla questione, anche se da un punto di vista che contraddice il mio. La democrazia ha bisogno, per vivere e crescere, del confronto critico e del dissenso.

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One Response Comment

  • Maria Antonietta La Barbera  agosto 14, 2017 at 10:12 am

    Concordo pienamente con l’urgenza “formativa” a mio avviso prioritaria. Tra le letture estive che mi ero proposta: “Formare ad una cittadinanza responsabile”, un’attualizzazione del pensiero di don Milani. Qualsiasi impegno sociopolitco deve tenere conto dell’urgenza di riumanizzare le persone, sempre più desertificate e aggressive.
    “Rifare uomini liberi” proponeva Georges Bernanos, laddove libertà è capacità di scegliere nel rispetto della realtà e delle persone.

    «Oggi nessuno che sia in condizione di affrontare i problemi pubblici in modo consapevole può sentirsi esentato dall’impegno di fare del proprio meglio, in tutte le sedi – scuola, parrocchia, ufficio, famiglia – , per rieducare la gente alla partecipazione e alla cittadinanza». (G. S.)

    Questo, io credo, debba essere un impegno condiviso, nel rispetto dei diversi ruoli e delle specifiche competenze.
    Grazie Giuseppe di aver evidenziato con chiarezza questo importante aspetto della crisi che viviamo e di proporre un fattivo percorso di operatività partecipata.

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