Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski, classe 1993, laureato in Economia e Commercio a Genova, frequenta il corso magistrale in Ontologia Trinitaria all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Giornalista, è redattore di Termometro Politico, dirige “Nipoti di Maritain” ( https://issuu.com/nipotidimaritain ) ed è co-segretario di redazione della rivista accademica “Sophia. Ricerche su i fondamenti e la correlazione dei saperi”.
Piotr Zygulski

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

“Ma Gesù non camminava sulle acque”! Il mio professore di esegesi, Gérard Rossé, fa di questa frase una delle sue preferite per introdurre allo studio storico-critico delle Sacre Scritture. Visto che la liturgia del 13 agosto 2017 – XIX domenica del Tempo Ordinario A – ci propone questo episodio dal vangelo annunciato da Matteo, cerchiamo di capirne il senso ancora vivo, oggi. Questa volta seguirò prevalentemente le indicazioni del serio biblista John P. Meier, che ne parla all’interno del secondo volume “Mentore, messaggio e miracoli” dell’accurato “Un Ebreo Marginale. Ripensare il Gesù storico” (Queriniana, Brescia 2003).

Con il sorgere del razionalismo ci si è sforzati di interpretare la camminata sulle acque come un fenomeno di miraggio, o di un promontorio, o di una sottile lastra di ghiaccio (ipotesi di una decina di anni fa dello scienziato Doron Nof), oppure di una zattera/pontile a pelo d’acqua, un po’ come la passerella “The Floating Piers” realizzata lo scorso anno sul lago d’Iseo… Ma tutte queste “acrobazie intellettuali” lasciano il tempo che trovano, così come escludere a priori questo episodio come “falso” – anche per via di alcune presunte contraddizioni geografiche e temporali evidenti anche agli occhi dei primi cristiani – sarebbe un atteggiamento altrettanto ingenuo.

Innanzitutto perché è raccontato non solo da Matteo (che lo riprende da Marco, mentre Luca lo omette per esigenze letterarie) ma anche da Giovanni, considerato una “fonte” indipendente rispetto agli altri tre, detti “sinottici”. Se abbiamo due “testimoni” che lo attestano, può avere un significato importante e un’origine piuttosto antica, evidentemente diffusa in più comunità cristiane apostoliche; si può escludere che si tratti di un’invenzione di un evangelista. Si può intuire che presto questo episodio venne collegato a quello della moltiplicazione dei pani, evidente in Marco, quando lo commenta: “perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito” (Mc 6,52).

Rispetto ad altri miracoli che hanno un grado maggiore di accertabilità storica – Gesù era riconosciuto come guaritore anche da fonti non cristiane – la camminata sulle acque non proclama la vicinanza del Regno di Dio nell’offrire aiuto o guarigione ad una persona specifica in difficoltà, bensì è più generale e focalizzata sull’identità dello stesso Gesù. Ed è allora questa marcata discontinuità “con i racconti di miracolo che hanno una buona opportunità di risalire a un qualche episodio verificatosi nel ministero pubblico di Gesù” a far escludere agli occhi degli storici che si tratti di un fatto di cronaca avvenuto storicamente. Inoltre si può dire che vi sia una forte presenza di elementi del Primo Testamento; non si tratta solo di uno “sfondo” veterotestamentario, come in altri episodi evangelici, bensì di elementi ampiamente costitutivi che vengono riutilizzati in modo sistematico. Sarebbe allora un modo “narrativo” per poter esprimere la fede dei primi cristiani nel Risorto che incontravano quotidianamente, nelle sue molteplici apparizioni post-pasquali. Una frase è molto indicativa: “Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»”. Il prostrarsi e il nesso difficilmente scindibile con l’episodio dei pani sono indizi di un’origine cultuale – potremmo dire “eucaristica” – presso la comunità apostolica.

Nella difficoltà di esprimere concettualmente la fede nella divinità di Gesù all’interno del monoteismo giudaico, i primi cristiani utilizzavano ampiamente materiale delle Scritture per poter coralmente narrare la figura del Risorto presente in mezzo a loro. E quindi Gesù, come il Dio dei Padri, manifesta la sua presenza divina quando calpesta il mare con i suoi cavalli (cfr. Ab 3,14), quando traccia un cammino negli abissi del mare per farvi passare i redenti (cfr. Is 51,9-10), quando apre “una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti” (Is 43,16) – ricordando l’episodio salvifico del Mar Rosso – e poi ancora quando “cammina sulle onde del mare […] mi passa accanto e non lo vedo, anche se mi è vicino, non lo riconosco” (Gb 9,8-11); ed è soprattutto Marco 6,48-49 a sottolineare il “passare accanto” di Gesù. Quindi molti elementi simbolici vengono utilizzati per interpretare un episodio che, a sua volta, è simbolico, ma denso di verità.

Altro esempio di “cristologia alta”, ovverosia della fede nella divinità di Gesù, è quel “Coraggio, sono io” (Mt 14,27). “Io-Sono” è il Nome con il quale Dio si presenta a Mosé. Il commentario Basser-Cohen riporta che i marinai ebrei di quel tempo usavano anche dei bastoni-amuleti per difendersi dalle apparizioni nei mari in tempesta, che recavano scritto “Io Sono Colui che Sono […] amen, amen, selah”. Tuttavia in questo caso è direttamente Gesù a presentarsi come “Io-Sono”.

faithSi tratta allora di un’autorivelazione della presenza del Figlio – senza il quale la barca della Chiesa procede con immensa fatica – in tutta la sua gloriosa potenza affidatagli dal Padre, un po’ come l’episodio della Trasfigurazione contemplato la scorsa settimana; se lì “i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore” (Mt 17,6), questa volta, analogamente, “i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura” (Mt 14,26) e ritroveremo lo stesso “grande timore” poi nell’ora della morte di Gesù, con la confessione di fede del centurione e delle guardie: “«Davvero costui era Figlio di Dio!»” (Mt 27,54). Però tra lo sgomento e l’espressione esplicita di fede vi è la manifestazione personale dell’Io-Sono, che dona un senso alla vita della Chiesa, la quale può essere quindi traghettata fuori dal dramma del caos accidentale e confuso in cui era impossibile distinguere il bene dal male e quindi persino lo stesso Gesù Risorto veniva scambiato per un fantasma.

A prescindere dalla camminata sul mare, si possono comunque considerare il timore, lo sconvolgimento e l’incomprensione dei discepoli come dati pienamente storici, soprattutto dopo la Resurrezione; pur nella confessione pasquale, a partire da Pietro stesso, i cristiani possono incontrare alcune difficoltà nel comprendere pienamente l’essenza del mistero di Gesù, anche perché con la sua novità oltrepassa ogni immagine idolatrica che l’uomo può costruirsi.

Le prime comunità hanno quindi preferito fare “teologia narrando” e hanno creato un episodio di “teologia narrativa” a partire dal proprio stupore di fronte alla persona di Gesù, del quale conoscevano benissimo l’umanità. Restava però difficile spiegare, anche dopo la sua scandalosa morte in Croce, una duplice presenza sempre accesa: quella di Gesù in mezzo ai suoi e quella di Dio in Gesù. Ciò lo si può vivere soprattutto nell’eucaristia. Vivere, innanzitutto, comunitariamente; questo brano evangelico non si sofferma tanto su dotte speculazioni teologiche astratte, bensì coinvolge la Chiesa nella sua quotidianità.

Proprio per tale motivo è probabile che il vangelo di oggi sia sorto in un contesto di celebrazione eucaristica comunitaria nella quale, a fronte di possibili titubanze e di ostilità da parte del mondo, non è mai mancata la mano tesa di Gesù che ci afferra e ci salva, avendo calpestato tutti gli spiriti malvagi che si pensava dominassero l’oscurità del creato. Qualsiasi cristiano può quindi entrare nella medesima esperienza dei discepoli in questa straordinaria epifania, che è teofania (Dio che si manifesta) e cristofania (Cristo che si manifesta). Sulla barca della Chiesa, la quale si prostra di fronte a Gesù – “che è sopra ogni cosa” (Rm 9,5), sopra gli elementi naturali e anche sopra i pericoli del mare, ovviamente – quella tenerissima presenza eucaristica, sempre offerta a noi e prefigurata dal “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12), placa i nostri timori, infonde coraggio, sprona anche noi a donarci completamente e incondizionatamente. Questo, in fondo, è il nucleo di verità affidatoci dal vangelo odierno.

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