Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Sabrina Corsello

Sabrina Corsello

Laureatasi in Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Palermo, ha poi ottenuto il titolo di dottore di ricerca in Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Pisa. Conseguito il Master universitario di II livello presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha approfondito molteplici ambiti di ricerca su argomenti di filosofia politica e del diritto svolgendo attività didattica e scientifica, con appositi contratti nell’ambito accademico. Attualmente collabora con il filosofo Diego Fusaro e cura una rubrica su "Le parole della politica" nella rivista on line"Interesse nazionale" www.interessenazionale.net
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2952655981_c01292e2cf_bGli accadimenti della vita politica italiana degli ultimi anni possono offrire, senza alcun dubbio, più di uno spunto di riflessione sullo stato attuale della nostra democrazia.

Una prima riflessione nasce dalla constatazione che oggi sembra essersi smarrita quella matrice sociale che ogni sana rivendicazione dovrebbe avere. Non si sente più parlare di proteste di categorie, di sindacati e i partiti politici – per lo più a caccia di voti e assorbiti da incredibili strategie trasformiste – ci appaiono privi di vera progettualità. Mancano valori di riferimento, manca lo slancio delle ideologie di un tempo e in questa situazione il cittadino – sempre più deluso e apatico – non trova altra via d’uscita che quella del disimpegno e del ripiegamento nel proprio piccolo spazio vitale. Se da un lato lo Stato si mostra sempre più generoso nel largire nuove libertà individuali e nel riconoscimento di inediti diritti civili, dall’altro esso ci appare sempre meno capace di rispondere ai bisogni essenziali. Si parla sempre meno di rivendicazioni di categoria e gli stessi diritti sociali duramente conquistati, appaiono sempre più affievoliti, se non del tutto svuotati del loro contenuto. Anche quando qualcosa “si muove”, sembra che il soggetto attivo di tali istanze non sia più il cittadino, ma lo Stato stesso. Uno Stato che ci appare sempre più distante non solo dalla sua matrice sociale e assistenziale, ma che sembra aver spostato il suo baricentro anche ben oltre il liberalismo politico, per abbracciare in pieno le istanze del liberismo economico più radicale.

La crisi della democrazia odierna è innanzitutto la crisi del principio di sovranità popolare e dell’organo che meglio la rappresenta, il Parlamento. Basti pensare che, oltre ad essere un Parlamento di nominati, la parte preponderante dell’attività legislativa viene svolta dal Governo il quale, con i suoi ormai continui decreti-legge – che in realtà dovrebbero essere emessi solo in casi straordinari e di urgenza – di fatto svolge una costante opera di corrosione della funzione legislativa di quell’organo che in primis dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. L’iter legis parlamentare, infatti, a differenza dei decreti-legge, è stato pensato in tutte le sue fasi – dall’iniziativa all’approvazione e alla promulgazione – come un percorso necessario, posto a garanzia dei principi basilari della democrazia rappresentativa. Oggi il mandato rappresentativo appare invece sempre più svuotato del suo significato originario e con esso l’essenza del principio di legittimazione. Al cittadino, non rimane dunque che adeguarsi a risoluzioni governative imposte dall’alto, che quasi sempre appaiono scollegate dal sentimento di un popolo ridotto, per lo più, a destinatario ultimo di risoluzioni governative.

Uno degli esempi più calzanti di questo deterioramento della democrazia è costituito dalla recente proposta del referendum costituzionale. Vogliamo chiederci da quale istanza significativa della società civile sia partita l’iniziativa abrogativa della nostra Carta costituzionale? Certo è vero che da quando la nostra Carta costituzionale è entrata in vigore, da più parti si è lamentata la sua mancata applicazione, ma tali rimostranze non hanno nulla a che fare con la rimozione di una delle sue parti più significative e se mai, ben diversamente, avrebbero dovuto portare al rinvenimento di vie praticabili per una sua più compiuta attuazione. Da rilevare inoltre che, a fronte della mancanza di una vera istanza popolare abrogativa, in fase decisionale, paradossalmente e di un percorso parlamentare improntato sul costante ricatto del voto di fiducia, si è voluto utilizzare lo strumento democratico per eccellenza, ossia il referendum. I cittadini si sono così trovati dinanzi al paradosso di doversi pronunciare su una questione non solo non avvertita da essi come prioritaria, ma dinanzi alla quale i più si sono trovati impreparati e incompetenti. Infatti, anche a volere prendere sul serio lo “slancio democratico” del nostro Governo, e sempre nell’ottica di voler ragionare insieme sulla democrazia odierna, dovremmo chiederci cosa abbia potuto far pensare ai propositori di tale referendum che il buon pater familias, si potesse trovare nelle condizioni di pronunciarsi con cognizione di causa e con la dovuta competenza giuridica sulla nostra carta costituzionale. Infatti, ad eccezione dei laureati in Giurisprudenza o in discipline affini e dei volenterosi del “fai da te” dell’educazione civica e politica, quanti sono coloro che hanno di fatto competenze adeguate in materia di diritto costituzionale, tanto da potersi pronunciare sulla abrogazione di una Costituzione, la cui stesura ha visto la creazione di un’apposita assemblea costituente composta da uomini di cultura, giuristi, politi come Calamandrei, De Gasperi, Togliatti etc.? Quanti hanno letto e studiato la Costituzione del ’48 al punto da potersi pronunciare con consapevolezza sulla sua abrogazione?

Un altro utile spunto di riflessione sui processi in atto, ci viene fornito dalla recentissima discussione sul decreto riguardante lo jus soli. Si tratta di un decreto-legge che impone dall’alto di ritrattare un tema di centrale importanza per la nostra democrazia, come quello dei requisiti fondamentali per l’acquisizione della cittadinanza. Senza voler entrare nel merito della questione, tuttavia non possiamo non chiederci se davvero basti l’imposizione di un decreto governativo per realizzare dei veri cittadini; se cioè davvero pensiamo che sia possibile rimettere ad un mero atto volontaristico, sia pure governativo, la realizzazione di una vera integrazione democratica. A ben vedere, non è così, né può esserlo, se è vero che ciò che definisce una Nazione è innanzitutto un insieme di persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza. Il concetto di Nazione infatti, prima ancora che con le istituzioni politiche, ha a che fare con la comunità, ossia con un insieme di individui accomunati da fattori in parte naturali, in parte culturali, che ne determinano il senso di appartenenza. Se è così, la cittadinanza non può essere imposta, ma ha che fare con un lento processo culturale; ha che fare soprattutto con la Koiné, la comunità e con le realistiche risorse del territorio atte a favorire una reale integrazione; ha a che fare, in altre parole, con i criteri di un’accoglienza responsabile che chiama in causa un’etica delle responsabilità.

La crisi della democrazia di oggi è anche e soprattutto la crisi della società orizzontale, è la crisi di una società stanca che ha smesso di pensare. Il pensiero critico viene sempre più scoraggiato, per non parlare della possibilità di dissentire. Del resto nessuna rivendicazione sociale, nessun conflitto è pensabile al di fuori di un piano asimmetrico rispetto al quale sia possibile riverticalizzare il conflitto. Accade sempre più di rado ormai che sulla base di un tema proposto dall’alto, si accenda un dibattito critico e meno che mai l’esplicita manifestazione del dissenso. La stessa informazione spesso giunge distorta e piuttosto che fornire notizie o dati utili a fare chiarezza, si adopera con ogni mezzo per manipolare il consenso, alimentando pregiudizi che ben presto di traducono in vere e proprie condanne sociali, ora di razzismo, ora di nazionalismo, ora di xenofobia, ora di omofobia etc… Accade così che piuttosto che mettersi alla ricerca della verità, attraverso il libero confronto delle opinioni, queste siano per lo più inibite e rimosse, pena la condanna sociale. In tal modo il dissenso viene canalizzato e il conflitto viene abilmente depistato e spostato dal piano verticale a quello orizzontale.

Alla luce di queste considerazioni rilanciare il discorso democratico vuol dire dunque riverticalizzare il conflitto, esprimere e direzionare il dissenso verso l’alto, ma perché ciò sia possibile occorre attivare un processo culturale di cambiamento che sappia rilanciare la fiducia nel pensiero critico, nel dibattito aperto e plurale, nel libero confronto delle opinioni. Infatti se il tempo in cui viviamo è il tempo della crisi della democrazia, ciò è dovuto anche e soprattutto al fatto che si è persa la fiducia nella stessa possibilità del cambiamento, inteso come un processo culturale sempre in fieri. Si è persa la speranza di un futuro migliore, nella convinzione che il nostro sia il migliore dei mondi possibili e che al di fuori di esso, regni solo il mondo della paura e del terrore. Ciononostante la realtà rimane quella che è e ogni tanto qualcuno si accorge che il nostro mondo “migliore possibile” rimane pur sempre il mondo in cui ogni cosa può essere mercificata, persino l’uomo e la vita stessa. E in questo mondo la stessa democrazia viene trattata alla stregua di merce esportabile attraverso vere e proprie azioni criminali, come i bombardamenti etici o umanitari, che della democrazia costituiscono la più drammatica delle sue negazioni.

Riflettere oggi sulla democrazia significa, dunque, andare ben al di là del principio quantitativo maggioritario e chiedersi se sia proprio vero che basti il consenso del maggior numero per garantire una giusta ed adeguata deliberazione, o se invece non si possa prescindere dall’aggiunta di un criterio qualitativo che sappia tener in debito conto di tutte le informazioni possibili e di tutte le competenze necessarie. A questo proposito, basti pensare che proprio i regimi totalitari storicamente sono stati i sistemi che hanno raggiunto la massima estensione del consenso, se non addirittura l’unanimità. Rilanciare oggi la democrazia significa dunque sapere avviare un processo culturale di cambiamento che sappia porre al centro il criterio sostanziale della giustizia e non solo la legalità, nella consapevolezza che la mera conformità alla legge, in quanto criterio meramente formale, nulla ci dice circa la giustizia del contenuto della legge stessa. Si tratta di un processo culturale che potrà essere avviato solo da coloro che sapranno crederci veramente e che in virtù di ciò potranno riaccendere la speranza di un nuovo futuro per la democrazia.

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