Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski, classe 1993, laureato in Economia e Commercio a Genova, frequenta il corso magistrale in Ontologia Trinitaria all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Giornalista, è redattore di Termometro Politico, dirige “Nipoti di Maritain” ( https://issuu.com/nipotidimaritain ) ed è co-segretario di redazione della rivista accademica “Sophia. Ricerche su i fondamenti e la correlazione dei saperi”.
Piotr Zygulski

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Transfiguration_of_JesusIl 6 agosto è la festa della Trasfigurazione del Signore e quest’anno, cadendo di domenica, va a sostituire la liturgia della XVIII del tempo ordinario. È un passo evangelico tanto caro all’Oriente cristiano – non a caso, la Trasfigurazione è la prima icona che si impara a “scrivere” – fecondo di riflessioni teologiche che permettono anche di contemplare il mistero della divinizzazione della nostra natura umana resa possibile dalla piena incarnazione di Gesù secondo il desiderio di Dio Padre, che chiama tutti a partecipare della sua energia divina. Il Canone ortodosso ne parla in questi termini: “inaccessibile, luce infinita, effusione inconcepibile dello splendore divino, gloria ineffabile, gloria suprema dell’umanità, gloria primordiale e atemporale del Figlio, regno di Dio, bellezza vera e amabile della divina e beata natura, gloria naturale di Dio e della divinità del Padre e dello Spirito, risplendente nell’unico Figlio”. Siamo chiamati a prendere parte a questa realtà e sin da ora la festa della Trasfigurazione rappresenta un varco offerto a tutti per scoprire l’immagine di Dio che è stata impressa in ciascuno di noi e per potersi inabissare nella gioia comunionale.

Il racconto che ci viene proposto nell’anno liturgico A è quello di Matteo; viene comunque chiarito che si tratta di una “visione” – non certamente di un resoconto di cronaca – ma non per questo meno “vera” nel suo significato intimo, tutt’altro: non è un’allucinazione, ma è la visione di Dio. La ricchezza è immensa: raccoglie profezia (Elìa) e legge (Mosè) – autorevoli testimoni del Signore – e ci conduce in un cammino ascensionale che, scavando profondamente nell’intimo del nostro essere, ha come vertice la relazione tra Gesù e il Padre quale compimento di ogni promessa. Questo lo si vede già a partire dai due personaggi del Primo Testamento, che anch’essi avevano subito un rifiuto da parte del proprio popolo, mentre erano accolti da Dio.

Qui vorrei solamente evidenziare i punti che Matteo impreziosisce con la sua sensibilità. Innanzitutto l’evangelista descrive Gesù Trasfigurato con un lessico che rifulge di luce divina: “Il suo volto brillò come il sole” e le sue vesti divennero “candide come la luce” (Mt 17,2). Ciò che più colpisce è però è l’aggettivo “luminosa” che utilizza per descrivere l’ombra creata dalla nube, che rimanda a quella di Mosè in Esodo 24,15-18; si tratta di un ossimoro, forse il modo meno inadeguato per esprimere l’inesprimibile presenza divina nel suo nascondimento: “caligine luminosissima del silenzio che insegna arcanamente”, diceva lo pseudo-Dionigi Aeropagita. Alla luce della teologia trinitaria, in questa scena l’“oscurità inaccessibile che tuttavia illumina le menti” – come la definì San Bonaventura – è stata letta come la Persona dello Spirito Santo, tra la voce del Padre e il volto del Figlio, brillante “come il sole”, come e più della pelle del viso di Mosè che in Es 34,29 “era diventata raggiante, poiché aveva conversato con Lui”.

Un altro aspetto che va notato è che, nel racconto matteano, Pietro si rivolge a Gesù Trasfigurato chiamandolo “Signore” – in Marco lo chiama “rabbi” e in Luca “maestro” – appellativo con un significato cristologico, ossia che in grado di spiegarci chi è Gesù. Signore, “Kyrie!, è il modo con cui i traduttori greci della Bibbia rendevano l’“Adonai” ebraico, per evitare la pronuncia del Nome divino. Pietro non si rivolgeva in tal modo a Gesù prima della Resurrezione: è l’incontro con il Risorto che gli permette di riconoscerLo Signore; tuttavia, stando al racconto, la Trasfigurazione è pre-figurazione della Resurrezione: la precede temporalmente – Gesù è Signore anche prima della sua incarnazione nella storia umana – ma il significato dell’evento e dell’identità può essere compreso solo successivamente, in una nuova luce. Nella narrazione di Matteo, il rispetto verso il Signore poi porta Pietro a formulare la sua proposta di costruire “tre capanne” premettendo un “se vuoi” (Mt 17,4), che non compare né in Marco né in Luca. Una piccola nota può riguardare proprio il modo in cui Dio risponde a Pietro – e in tal caso Matteo elimina la chiosa secondo cui l’Apostolo “non sapeva infatti che cosa dire” (Mc 9,6; Lc 9,33) – perché può suggerire riflessioni sulla indisponibilità di Gesù a farsi rinchiudere in uno spazio “sacrale”: Gesù vuole che anche un’esperienza spirituale straordinaria come quella della Trasfigurazione venga pienamente incarnata nel mondo, senza che nessuno possa vantarne un possesso esclusivo, privato, acquisito una volta per tutte.

Infine, l’aggiunta “in lui ho posto il mio compiacimento” richiama l’episodio del Battesimo in cui viene svelata l’appartenenza di Gesù al Padre; anche i versetti 6-7 sono creazione di Matteo, che presenta la caduta con la faccia a terra dei discepoli il loro “grande timore” e il “tocco” del Signore che, avvicinandosi, chiede loro di alzarsi; qui ricalca proprio ciò che avvenne al profeta Daniele quando cadde a terra dopo una visione (cfr. Dn 8, 16-18). Ma in questo caso è il Signore direttamente a intervenire, con il suo invito a non avere paura: una rassicurazione biblica (cfr. Es 14,13 e Es 20,20) ricorrente soprattutto nel vangelo di Matteo, come avevamo visto qualche domenica fa. Non abbiamo paura anche noi di entrare in questa nuova realtà, affinché pure il nostro sguardo venga coinvolto da questa “meta-morfosi” e possa rappresentare una luminosa testimonianza della presenza nascosta di Dio in mezzo a noi; Gesù che si incarna quotidianamente in volti sempre nuovi, trasfigurati.

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