Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloOggi, nell’immaginario collettivo, il problema fondamentale dei preti è il celibato, a cui viene collegato il triste fenomeno della pedofilia. Raramente si riflette sul fatto che quest’ultimo è purtroppo molto diffuso anche all’interno delle famiglie e non può perciò essere addebitato alla rinunzia dei presbiteri al matrimonio.

Il che non toglie che il celibato costituisca oggi un problema e possa essere rimesso in discussione, a patto però di rendersi conto che esso non è certamente la sola ragione della profonda crisi che molti sacerdoti oggi vivono, e di cui gli scandali sessuali sono se mai un sintomo. Per capire questa crisi, è necessario piuttosto avere presente la profonda trasformazione che la figura del presbitero ha conosciuto – ai suoi stessi occhi, prima che a quelli degli altri – dopo il Concilio.

Una trasformazione che ha condotto a destrutturare l’immagine tradizionale del prete, liberandola da quella specie di “armatura” che la poneva al di sopra della comunità e ne sottolineava la separazione dai laici. Emblematica la liquidazione quasi generalizzata dell’abito talare. E non è solo un problema di vestiario. Dalla maggior parte dei presbiteri ormai si tende ad adottare un linguaggio, stili relazionali, comportamenti, che più o meno deliberatamente si avvicinano a quelli laicali e che cercano di sottolineare soprattutto la condivisione della loro vita. Il sacerdote vuole essere soprattutto fratello e amico, più che padre.

Il suo ruolo di preminenza all’interno della comunità ecclesiale non è venuto meno, ma ha cambiato registro: non è più giocato sulla sua funzione di guida spirituale o di ministro della liturgia, ma su quella di promotore e leader di attività sociali, volte per lo più alla promozione degli ultimi.

È chiaro il guadagno di questa trasformazione. Nella figura tradizionale del presbitero spesso vi era qualcosa di “ingessato”, di rigido, che lo faceva percepire estraneo ai problemi della maggior parte della gente. Il rispetto che si aveva nei suoi confronti – espresso nell’appellativo di “reverendo”– aveva di solito come risvolto una lontananza. E la paternità scadeva spesso in paternalismo se non in aperto autoritarismo.

C’è però anche chi sottolinea la perdita che si è verificata: la figura sacerdotale testimoniava la trascendenza di Dio in mezzo agli uomini. Il distacco che l’abito e lo stile del sacerdote evidenziavano era anche espressione di una sua identità e di una sua funzione, se non superiori, certamente diverse rispetto a quelle del laico. Lo sforzo di rinunziare a questa diversità comporta il rischio di mimetizzarsi e di svuotare questa testimonianza. Con il rischio di oscurare le motivazioni che dovrebbero giustificare il particolare ruolo del presbitero nella comunità.

priestDa qui la tendenza, diffusa soprattutto tra i giovani preti, a mantenere e rafforzare l’immagine tradizionale del sacerdote come padre, non fratello, meno che mai soltanto amico, dei suoi fedeli. In questa logica nella liturgia si cerca di sottolineare la solennità dei riti, magari ricorrendo anche al latino, e si mette in evidenza il ruolo di chi la presiede. E si ritorna a rivendicare il ruolo di governo che spetta al presbitero nella comunità, con i connessi poteri.

È una reazione alla problematicità e alla fragilità dipinte magistralmente da Nanni Moretti nel suo film La messa è finita, con il recupero di una immagine di solidità e di prestigio sacerdotale, a cui soprattutto i giovani presbiteri, più che gli anziani, sembrano oggi molto sensibili.

C’è da chiedersi, però, se sia questa la soluzione. Non si può evitare l’impressione che questo ritorno al passato costituisca una fuga dalla complessità dei problemi e delle situazioni con cui oggi il prete deve confrontarsi e che la talare o i paramenti liturgici finiscano per assumere, a volte, la funzione di un’armatura esteriore volta a mascherare una intima insicurezza. Senza dire che le spinte che hanno portato alla nuova lettura del ministero sacerdotale non sono una creazione dei “progressisti”, e non tenerne conto può costare alla Chiesa il suo appuntamento con la storia.

È nell’oscillazione tra questi due modelli – molto più che sulla questione della pedofilia – che oggi si gioca la partita del futuro del sacerdozio e che deve essere forse valutato lo stesso problema del celibato. L’impressione è che il disagio diffuso dei preti nasca dalla inadeguatezza di entrambi e dall’esigenza di trovare una o più vie diverse per realizzare la loro vocazione nel mondo contemporaneo. In questa sede non pretendo certo di saperle indicare. Mi sembra, però, che un punto di riferimento per la riflessione potrebbe essere costituito dalla lettera con cui Benedetto XVI, nel 2009, ha indetto l’anno sacerdotale.

In essa egli sottolineava – assumendo come modello il santo curato d’Ars – non il fare, ma l’essere del sacerdote, che non può identificarsi con un attivista e neppure con un celebrante di funzioni liturgiche – meno che mai con un “padrone” della sua parrocchia – , ma si caratterizza per il fatto che, come Gesù Cristo, in lui «Persona e Missione tendono a coincidere».

Il laico non è chiamato a identificarsi con la sua missione familiare o con quella professionale, o con quella politica. Il suo essere non coincide con il suo servizio agli altri. Tutte le chiamate a cui deve rispondere sono sempre relative ed egli è, nella sua persona, più di ciascuna delle sue funzioni, per poter far fronte anche alle altre. Per il prete è diverso. Il carattere dell’ordine sacro è impresso nel suo essere ed è indelebile. In paradiso non ci saranno avvocati o professori, ma ci saranno presbiteri: «Tu es sacerdos in aeternum». La sua esistenza non si può scindere dal suo ministero. E ministero vuol dire servizio, “essere-per-gli-altri».

Da qui la sua autorità (da latino augere: “far nascere”, “far crescere”) che, come quella di Gesù, può derivare solo dalla sua umanità donata. Da qui il suo essere segno vivente di una trascendenza divina che si è manifestata proprio condividendo fino in fondo la quotidianità e la debolezza degli uomini. Perciò il prete non deve scegliere tra l’essere padre e l’essere fratello/amico, perché è entrambe le cose.

È solo un possibile criterio per orientare il dibattitto. Ma forse, rispettandolo, si potrà capire che la messa non è finita, e che, per continuare a celebrarla, non è necessario riesumare il latino.

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