Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski

Piotr Zygulski, classe 1993, laureato in Economia e Commercio a Genova, frequenta il corso magistrale in Ontologia Trinitaria all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI). Giornalista, è redattore di Termometro Politico, dirige “Nipoti di Maritain” ( https://issuu.com/nipotidimaritain ) ed è co-segretario di redazione della rivista accademica “Sophia. Ricerche su i fondamenti e la correlazione dei saperi”.
Piotr Zygulski

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.

Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno». 

Si inaugura con la “parabola del seminatore” – forse la più nota, tra quelle presenti nei vangeli – il cosiddetto “discorso sul Regno” che l’evangelista Matteo costruisce riportando 7 parabole. Va chiarito innanzitutto che il Regno di Dio – chiamato da Matteo, per rispetto del Nome divino, “Regno dei Cieli” – non riguarda esclusivamente la vita dopo la morte, né una pace interiore individuale, né una teocrazia retta da sacerdoti. È piuttosto la signoria – la presenza – di Dio nelle relazioni, a partire da quella che Gesù ha con il Padre. Quando viene accolta la logica dell’amore in modo radicale, tutti i rapporti e le pratiche umane vengono liberate da ogni tirannia ingiusta e, nella massima libertà, si conformano a Dio: ecco, quello è il Regno dei Cieli.

Molti esegeti hanno analizzato con attenzione le parabole evangeliche, ma ciascuno di essi offre anche un numero differente di quelle presenti nel Nuovo Testamento, a seconda dei criteri. Ad ogni modo il termine ebraico māšāl (parabola) è usato in due fondamentali accezioni: proverbio/detto oppure confronto/similitudine. Il fatto che Gesù parlasse con parabole non è messo in discussione da nessuno, anzi, gli studiosi concordano sul fatto che tale modo di predicazione fosse una delle sue caratteristiche più peculiari, perlomeno per come ce lo presentano i vangeli “sinottici” di Matteo, Marco e Luca. In questo caso possiamo definire parabole alcuni brevi racconti, con una trama implicita o esplicita, che costituiscono l’espansione di metafore o similitudini; più che essere “pillole di saggezza”, spesso tendono a riallacciarsi alla tradizione profetica giudaica (ad es. la parabola della vigna infruttuosa in Ez 15) sugli ultimi tempi, contengono elementi di sorpresa e hanno una formulazione “sufficientemente enigmatica da sollecitare la mente ad un pensiero attivo e ad una decisione personale” , come dice John P. Meier, autore di un libro sulle parabole di prossima pubblicazione in lingua italiana.

Venendo in particolare al vangelo di questa XV domenica del tempo ordinario, possiamo notare una tripartizione del testo: l’esposizione della parabola (Mt 13,1-8), la giustificazione del parlare in parabole (Mt 13,9-17) e un suo commento (Mt 13,18-23); questi tre elementi sono presenti anche nei passi paralleli di Marco e Luca. Senza mettere in dubbio l’autenticità gesuana di questa parabola – cosa che comunque uno storico serio come il Meier fa, non potendosi esprimere con assoluta certezza, diversamente da altre 4 parabole sicuramente risalenti al Gesù storico – il brano del vangelo di oggi ben si presta ad un’analisi che ne evidenzia la stratificazione.

Il nucleo iniziale probabilmente risale a Gesù, che paragona la sua predicazione ad una semina che nonostante gli insuccessi – nonostante tutto – in futuro avrà un raccolto fruttuoso, perché Dio agisce e porta sempre a compimento il suo progetto, per tutta la creazione (cfr. Sal 64 e Rm 8,19). Il gesto del seminatore è un’immagine significativa degli ultimi tempi; ma non è ancora arrivata la mietitura: siamo in quel “luogo” che i teologi chiamano “già e non ancora”. Alcuni accoglieranno la Parola del Regno, altri no, ma per Gesù è il tempo della fiducia totale nei confronti del Padre, cui deve tutto sé stesso. Non vi è alcun invito alla “produttività” umana; semplicemente, la parabola originaria rappresenta la pienezza escatologica di un Dio che eccede qualsiasi misura.

Abbiamo poi una sezione più dialogata, nella quale la risposta di come mai Gesù parli in parabole è vista come compimento di una profezia di Isaia. Qui, rispetto a Marco e a Luca che la menzionano più sommariamente, si nota il tocco di Matteo, attento a organizzarla con cura in una struttura concentrica, usuale per far risaltare l’elemento centrale e per facilitare la memoria:

1. perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

2. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

3. “Udrete, sì, ma non comprenderete,

4. guarderete, sì, ma non vedrete.

5. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

6. sono diventati duri di orecchi

7. e hanno chiuso gli occhi,

7’. perché non vedano con gli occhi

6’. non ascoltino con gli orecchi

5’. e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.

4’. Beati invece i vostri occhi perché vedono

3’. e i vostri orecchi perché ascoltano.

2’. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti

1’. hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

Come si diceva le scorse domeniche, Gesù richiede accoglienza e la trova presso i “piccoli”, coloro che non sono autosufficienti e che non si sentono “a posto”, bensì si fanno accogliere nell’abbraccio del Padre. I discepoli hanno la volontà di decidersi fedelmente – il cuore è il centro della decisione – per la pienezza del Regno e possono così ricevere gratuitamente il dono della comprensione di questa relazione intima con Dio che, in Gesù, porta a compimento il desiderio dei profeti.

Infine si torna alla parabola del seminatore, con un commento esplicativo che la maggior parte degli esperti attribuisce alla comunità cristiana. Allora Matteo ci ha mentito, dicendo che sono parole di Gesù? Affatto! Innanzitutto ci dimostra la verità della Parola, che è viva presso le prime generazioni di cristiani; si tratta della presenza risorta di Gesù in mezzo alla comunità, in grado di ascoltare, attualizzare ed applicare l’insegnamento del maestro nelle nuove situazioni che si vengono a creare. Se ci pensiamo, è proprio il contenuto della parabola messa in pratica; parola e azione sono un tutt’uno: “non ritornerà a me senza effetto” (Is 55,11).

19904590_10213530328203475_864488475_n

Qui comunque la focalizzazione non è più tanto sul seminatore – o sul seme, come fa Luca nella prima parte – bensì sui terreni; in Matteo viene visto anche da una prospettiva individuale. Venuto meno il contesto in cui Gesù pronunciò la parabola, ora il singolo cristiano deve affrontare dei pericoli ed è posto di fronte all’interrogativo: tu quale terreno sei? Quando la parola è ruminata nella quotidianità, è facile che le parabole abbiano assunto una piega più moralizzante e “parenetica”, cioè di esortazione a comportarsi bene e a operare, sebbene anche il detto “Chi ha orecchi [per ascoltare] ascolti” (Mt 13,9) – sentenza vagante inserita qui da Matteo – sia più “un appello noetico, cioè di riflettere, a fare attenzione a comprendere”, come osservava Vittorio Fusco. Analogamente i musulmani recitano nel sacro Corano: “L’immagine che invece ne dà [dei credenti] il Vangelo è quella di un seme che fa uscire il suo germoglio, poi lo rafforza e lo ingrossa, ed esso si erge sul suo stelo nell’ammirazione dei seminatori. Tramite loro Allah fa corrucciare i miscredenti. Allah promette perdono e immensa ricompensa a coloro che credono e compiono il bene” (Sura XLVIII,29).

Sono abbondate poi le allegorizzazioni: ad ogni dettaglio (gli uccelli, il sole, i rovi) viene attribuito un significato. C’è chi vede in ogni terreno una tappa della storia della salvezza: la strada rappresenterebbe il racconto di Adamo ed Eva; il terreno roccioso l’incostanza di Israele; i rovi la pienezza dei tempi e persino la corona di spine posta sul capo a Gesù; il terreno buono, infine, il giardino della risurrezione di Gesù. Altri ancora ricamano sul significato dei numeri dell’abbondanza del frutto: 100, 60 e 30 (Mt 13,23); furono interpretati, a partire da Cipriano, come il risultato dei martiri, delle vergini e degli sposati.

Tutte queste interpretazioni allegoriche sono state criticate dagli studi di Jülicher che, nei primissimi anni del Novecento, ne ha messo in luce tutti i limiti e l’arbitrarietà; gli studi su tale parabola si sono allora concentrati sulle usanze nel contesto agricolo palestinese (Jeremias) o sull’escatologia (Dodd). Sempre studi contemporanei, tuttavia, hanno fatto però emergere come la parabola del seminatore sia stata utilizzata come spiegazione cristiana dello Shemà Israel: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,4-5). Il cuore veniva interpretato nella sua totalità (con la propensione al bene e quella al male), l’anima rappresentava la totalità della propria vita e le forze comprendevano quelle fisiche, spirituali ma soprattutto quelle materiali. Il biblista francescano Frédéric Manns vede nei tre terreni infruttuosi (strada, pietre, rovi) tre gruppi privi esattamente dei requisiti dello Shemà: “Alcuni non amano Dio con tutto il cuore. Altri hanno paura della persecuzione e non amano Dio con tutta l’anima. Altri infine sono soffocati dalle ricchezze. Non amano Dio con tutte le forze. Anche coloro che accettano la parola sono divisi in tre gruppi. Dare una resa al cento per uno significa amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Darla al sessanta per uno significa amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze, senza sacrificare la propria anima per lui. Darla al trenta per uno significa amare Dio solo con il cuore”.

Tra le allegorizzazioni, quella di Manns potrebbe essere abbastanza vicina alla sensibilità giudaica di chi ha ascoltato le parole di Gesù, senza però perdere di significatività per il fedele dell’oggi che voglia accogliere – con cuore, orecchi ed occhi – il Regno dei Cieli.

Commenti Facebook

No Comment

You can post first response comment.

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.