Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente [...]: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.(I. Kant)

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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L’
accusa formale rivolta al cardinale australiano George Pell, dal 2014 prefetto degli Affari economici del Vaticano (oltre che componente del C–9, il consiglio dei cardinali che il papa ha chiamato a consigliarlo nel governo della Chiesa), di aver non solo coperto durante il suo episcopato a Sidney, ma personalmente compiuto degli abusi sessuali al tempo del suo ministero sacerdotale in Australia, è un durissimo colpo per l’immagine di una Chiesa rinnovata che il pontificato di Bergoglio cerca in mille modi di legittimare.

Senza anticipare, come molti fanno, una sentenza di colpevolezza che dev’essere lasciata alla magistratura australiana, è chiaro infatti che la pioggia di accuse che ormai da tempo si riversa sul porporato – erano stati già pubblicati degli articoli, in Italia, dove si denunziava, tra l’altro, la disinvolta gestione del denaro della Chiesa da parte di colui che era stato nominato proprio per risanare le finanze vaticane! – getta una luce a dir poco problematica sulla sua corrispondenza alla linea di purezza evangelica più volte enunciata da papa Francesco.

Non è peraltro il primo episodio, anche se sicuramente è il più grave, a far dubitare dell’efficacia dell’opera di risanamento condotta dal pontefice. Che qualcosa non funzionasse si era cominciato a capire già alla fine de 2015, con l’arresto, in Vaticano, di monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui – rispettivamente ex segretario e membro della Cosea, la Commissione d’inchiesta sulle finanze vaticane, istituita da papa Francesco nel luglio 2013 – per aver tradito platealmente il loro mandato, vendendo al miglior offerente i documenti riservatissimi a cui avevano accesso. Anche quei due equivoci personaggi non rappresentavano una triste eredità del passato, ma erano stati inseriti, a suo tempo, dallo stesso Bergoglio nel ristretto gruppo di otto persone che avrebbero dovuto guidare la riforma economica e amministrativa del Vaticano.

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L’euforia che ha travolto l’opinione pubblica – quella laica nella quasi totalità, quella cattolica in parte – dopo l’elezione di papa Francesco, salutato come l’atteso riformatore della ingessata e poco credibile istituzione ecclesiastica, sembra dunque inevitabilmente destinata ad avere una fase di forte raffreddamento. Mentre, d’altro lato, riprendono forza le voci critiche che, proprio dall’interno della Chiesa, non hanno mai smesso di contestare la linea del pontefice “rivoluzionario”, alcune con argomenti discutibili ma rispettabili, altre ricorrendo alle più volgari diffamazioni.

Personalmente ho condiviso e condivido senza riserve la forte accentuazione evangelica che Francesco sta dando allo stile della comunità cristiana e al suo approccio ai problemi del nostro tempo, ma non mi ero mai illuso che, con il suo pontificato, essa stesse entrando in una stagione di perfetta purezza, che l’avrebbe finalmente sottratta al rischio degli scandali e delle miserie da cui per duemila anni ha portato il peso. 

Il modello fondativo della Chiesa rimane sempre il gruppo degli apostoli scelti da Gesù. Basta leggere i vangeli per sapere come andò allora: uno di quelli che si era scelto per accompagnarlo nella sua missione lo tradì per denaro; uno, che doveva essere la “pietra” su cui costruire la comunità, lo rinnegò per paura; gli altri, al momento del pericolo, si dileguarono. Cristo sapeva bene che non stava lasciando la sua Chiesa in buone mani! Se lo ha fatto egualmente è perché, nella logica dell’incarnazione, Dio stesso ha voluto mettersi in queste mani di uomini, di cui doveva ben conoscere la fragilità.

Del resto, Gesù ha anticipato tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo di lui nella parabola del grano e della zizzania. La ricorderete: i contadini di un possidente lo avvertono che, nel campo dove è stato seminato del buon grano, cresce purtroppo anche una gran quantità di erbacce parassite. Delusi e irritati, si offrono di intervenire per tagliarle via, perché il grano possa crescere come deve, ma il padrone li ferma. C’è il rischio, li avverte, che con la zizzania venga tagliato anche il grano. Bisogna aspettare il tempo della maturazione e della mietitura. E i mietitori, spiega poi agli apostoli, saranno gli angeli.

La storia dell’umanità – non solo quella della Chiesa – è piena di servitori zelanti dell’Assoluto che si sono scambiati per angeli e hanno cercato di eliminare fin da ora la zizzania. Non sopportavano la fragilità di comunità dove il bene e il male si mescolavano scandalosamente e hanno in buona fede voluto crearne una perfetta. Magari tagliando delle teste – quelle dei “cattivi”, naturalmente –, o mandando nei campi di concentramento i “nemici del popolo”… E anche nel lungo percorso del cristianesimo ci sono state sette che definiamo “ereticali”, ma che spesso sognavano soltanto di anticipare sulla terra il regno di Dio annunciato da Gesù e non sopportavano che, al suo posto, fosse venuta la Chiesa, con i suoi compromessi, la sua corruzione, i suoi membri peccatori.

Il padrone della parabola ci avverte del pericolo insito in queste forme di perfezionismo. L’impazienza produce violenza o disperazione. La Chiesa non è e non sarà mai, finché dura il tempo, il regno di Dio. Perché Dio stesso, entrando nella nostra storia come semplice uomo, ha accettato il limite e la sconfitta che la sua onnipotenza ha subìto sulla croce. E chi – credente o non credente – pretende una Chiesa perfetta, farebbe meglio a chiedersi se lui stesso sia all’altezza di un simile ideale.

Ma proprio perché non è il regno di Dio, la Chiesa può e deve tendere verso di esso rimettendosi incessantemente in discussione. Troppo spesso, in passato, all’errore di coloro che la negavano in nome del Regno venturo, si è contrapposto quello di quanti consideravano le sue strutture e i suoi rappresentanti al di sopra di ogni critica, perché la identificavano col Regno già venuto. Il riconoscimento della fragilità della Chiesa non è una giustificazione, ma l’umile consapevolezza che essa deve sempre rinnovarsi, per somigliare di più al suo Fondatore.

Papa Francesco ha ragione. Ma le ultime sconfitte ci avvertono che il modo migliore di sostenerlo nella sua battaglia non è di mitizzare la sua persona e di illuderci che egli possa fare il miracolo di eliminare la zizzania. Essa resterà sempre, in una certa misura, mescolata al grano. A lui e a noi (non può fare tutto lui!)  tocca l’umile sforzo, sempre incompiuto, perché ci sia sempre più grano e sempre meno zizzania. Nella fiducia che un giorno verranno gli angeli a separarli definitivamente.

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