Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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L’ ondata di proteste suscitata dalla recente sentenza della Cassazione, relativamente alla concessione degli arresti domiciliari a Totò Riina, ha ovviamente le sue ragioni ed è – soprattutto da parte dei parenti delle vittime, pienamente comprensibile. Essa conferma, tuttavia, che la mentalità diffusa tende a confondere la giustizia con la vendetta e il carcere con la giustizia.

Per quanto riguarda la prima equazione, la stragrande maggioranza dei commenti online, riguardo alla possibilità di concedere al boss mafioso di «morire con dignità», si possono riassumere nella semplice formula: «Che abbia lui quello che ha fatto agli altri!». Non intendo qui entrare nel merito della questione particolare, complessa e sicuramente opinabile sia eticamente che giuridicamente. Qui vorrei solo evidenziare che la logica della reciprocità simmetrica – spesso invocata oggi anche nei confronti dell’Islam – è di per sé quella della faida mafiosa e, più in generale, della violenza pre-statuale e conduce al perpetuarsi dell’odio.  La giustizia non consiste nel restituire colpo su colpo, in una serie di azioni-reazioni che rischia di prolungarsi all’infinito, ma nel ricostituire un ordine etico e civile a cui le passioni individuali e di gruppo devono essere subordinate. A questo – non a restituire, a chi l’ha provocato, lo stesso grado di sofferenza di cui è responsabile – mira anche la pena. Un giudice non è un vendicatore, e se si ritenesse tale sarebbe un cattivo magistrato.

Ma, al di là di questo primo ordine di considerazioni (che, chi volesse, potrà trovare sviluppate in un mio editoriale pubblicato su «Avvenire» del 7 giugno scorso), ce n’è un altro, su cui vorrei soffermarmi, che riguarda la seconda equazione, quella tra giustizia e carcere. Chi grida «In galera!» farebbe forse meglio a chiedersi se sa che cosa sia la prigione e come funzioni nel nostro Paese. Potrebbe servirgli, a questo scopo, qualche dato che qui riproduco attingendo al XIII rapporto dell’Associazione Antigone, aggiornato al maggio del 2017.

Il primo elemento che colpisce, nel nostro sistema penitenziario, è la mancanza di spazio vitale. Alla fine del 2016, quando il tasso di sovraffollamento era del 108%, 3950 detenuti erano senza un posto letto fisso, mentre altri 9mila avevano meno di 4 metri quadri a testa. E, nei primi mesi del 2017, il tasso di sovraffollamento è arrivato al 112%… Significativa è la sentenza Sulejmanovic c. Italia, del 16 luglio 2009, con la quale la Corte Europea dichiarava inumano un regime carcerario che non consenta ad ogni detenuto una metratura cubica di metri tre. Ma testimonianze di detenuti parlano – sia pure come caso limite – di celle di 8 mq, con tre persone per ogni cella.  In queste condizioni il detenuto non perde solo la libertà, ma ogni possibile intimità e la sua stessa dignità umana. 

Ciò è particolarmente grave se si considera che il 34,6% di queste persone – a fronte di una media europea pari al 22% – sono, secondo la legge, da presumere innocenti, perché ancora in attesa di giudizio. E una notevole percentuale di loro alla fine viene infatti prosciolta. Una situazione assurda, ma anche costosa, non solo sul piano umano, ma anche su quello economico: dal 1992 ad oggi l’Italia ha speso 648 milioni (42 milioni soltanto lo scorso anno) per risarcire ingiuste detenzioni cautelari subite da persone che dopo anni ed anni di prigione sono state assolte. Peraltro, proprio perché ancora non rientranti nella categoria dei condannati a pene definitive, e quindi formalmente “di passaggio”, queste persone non possono fruire di una serie di norme (per esempio quelle riguardanti all’accesso al lavoro) che renderebbero meno duro il regime carcerario. Mentre, nella realtà, per la lentezza dei processi, esse condividono il destino di detenzione per periodi di tempo lunghissimi.

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Ma anche tra i condannati, solo il 28,6% ha commesso reati gravi, con condanne superiori ai dieci anni. Il 24,3% sconta pene inferiori ai tre anni! Sono soggetti che hanno sicuramente infranto la legge, ma che non sono criminali, anche se rischiano di diventarlo in prigione, nelle condizioni logistiche sopra accennate e nella compagnia quotidiana con i veri delinquenti. Quando esisterebbe, per loro, la possibilità di pene alternative al carcere – come quella dei lavori di pubblica utilità, applicata soprattutto nei casi di violazione del codice della strada –, che renderebbero meno affollate le prigioni e, soprattutto, corrisponderebbero meglio al dettato dell’art. 27 della nostra Costituzione, secondo cui «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Che sia così lo conferma, fra l’altro, uno studio effettuato nel 2007 dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP), da cui è risultato che la percentuale dei recidivi, fra coloro che scontano una pena in carcere, era del 68,45%, mentre nel caso di coloro che scontano una pena alternativa scendeva al 19%. Perché, allora, per queste misure il DAP, nel 2016, ha speso meno del 3% del proprio bilancio?

Peraltro, anche nel caso in cui un condannato riceva una pena detentiva, le probabilità che torni a delinquere si abbassano se durante la sua permanenza in carcere avrà avuto la possibilità di accedere a corsi di istruzione e formazione e di lavorare, ovvero di svolgere attività risocializzanti e responsabilizzanti. Su questo dunque il sistema carcerario dovrebbe puntare. Invece, pur essendo l’Italia è uno dei Paesi che impiega più personale nelle carceri, esso è costituito per il 90,1% di agenti di custodia, a fronte di una media europea del 68,6%. Criminologi e psicologi sono da noi solo lo 0,1%, a fronte di una media europea del 2,2%, mentre il personale medico e paramedico è lo 0,2%, a fronte del 4,3% della media europea.

Così non stupisce neppure che a fronte dell’enorme spesa giornaliera di 132 euro per detenuto, gravante su tutta la comunità civile, più dell’80% delle risorse siano destinate al mantenimento del personale e appena l’8,5% – circa 11 euro al giorno – venga speso direttamente per i detenuti.

Davanti a questo quadro, il problema che tanto ha appassionato gli italiani nei giorni scorsi e che in fondo riguarda il caso limite di un super-criminale, diventa secondario. C’è ben altro di cui indignarsi quando si parla di carcere! E non possiamo dimenticarcene, fingendo che la prigione, così com’è ora, sia una soluzione. Se non vogliamo correre il rischio di un’ipocrisia collettiva, che tranquillizza la propria coscienza chiudendo gli occhi sulla realtà.

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